Investire sulle donne per far quadrare la previdenza

Tanti, forse troppi di noi dimenticano il vero potere delle donne. Che, oltre a quello dell’intelligenza e del multitasking, è quello della maternità. Un errore gravissimo perché le donne e la demografia sono vettori di trasformazioni sociali e politiche che vanno ben oltre i sistemi pensionistici o di welfare ed investono la crescita economica, l’equilibrio delle masse geopolitiche, i sistemi politici e della rappresentanza democratica, gli stessi comportamenti sociali.

Sottovalutare il ruolo delle donne nel “potere demografico” rischia di minare l’equilibrio del sistema di welfare e l’equità inter-generazionale. Anche perché è molto più facile difendere i diritti delle generazioni viventi rispetto a quelli delle generazioni future, non fosse altro che non essendo ancora in vita (o essendo ancora molto piccole), queste ultime non possono far sentire la loro voce con i sistemi elettivi.

Un parametro di equità da non dimenticare mai perché gran parte del sistema sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. E oggi è proprio questo meccanismo che sembra non reggere più.

I dati ci dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione, anziché a un’esplosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,2 figli per famiglia, ben al di sotto del livello di sostituzione che è pari a 2.

Ecco la prima lezione della demografia ed ecco il sempre maggiore potere delle donne: la pianificazione della ricchezza è da sempre il più efficace contraccettivo del mondo. In passato, contadini e artigiani, privi com’erano di piani previdenziali, cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca della Welfare family.

Il calcolo è presto fatto: ogni nuovo figlio rappresentava due braccia in più, maggiori guadagni per la famiglia e ulteriore sostegno per i duri anni della vecchiaia. Ma quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e poi in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata. Anche per colpa della crisi, meno figli vogliono dire più benessere. Puro calcolo demografico.

Un’importante conseguenza: la diminuzione del numero degli occupati per ogni soggetto che sta in pensione. Ne deriva la necessità di aumentare le tasse per sostenere l’esplosione dei pensionati e le ricadute inevitabili sul debito pubblico dei Paesi interessati. L’Italia in primis. Altrimenti perché, dopo quasi 20 anni di avanzo primario, continuerebbe comunque ad aumentare il debito pubblico? Era, o forse è ancora, l’epoca del Welfare State.

Siamo in un vicolo cieco? Le alternative sono pochissime. In realtà, solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione praticamente impossibile in un Paese ricco come l’Italia, che, lo abbiamo già detto, è la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e l’inesistente crescita del Pil. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda “opportunistica” di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Per eliminare i ragionamenti opportunistici e incentivare le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Sulla base dei dati del Centro Studi di Confassociazioni, supportati da analisi di università prestigiose, basterebbero circa 9 miliardi di euro all’anno. Una cifra importante ma non diversa da quella della famosa misura 80 euro. Un investimento che avrebbe, però, conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali molto più significative e che sarebbero utili, nel lungo periodo, a salvare l’Inps e future generazioni di pensionati sul limite della povertà.

L’unico rimedio alternativo non è semplice da metabolizzare per una parte importante del Paese: aumentare le quote di immigrati in età lavorativa e dargli diritti e doveri. Integrarli, farli votare, facendogli pagare tasse e contributi. Una sfida culturale ancora più difficile.

Due prospettive complesse ma necessarie. Altrimenti chi pagherà le pensioni e il servizio sanitario per le famiglie e gli anziani di un Paese come il nostro che invecchia a lungo e velocemente?

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