Il paradiso dei soldi è un labirinto

Paradiso, questo? Sbarcati alle Cayman, un paio d’anni fa, Paolo Woods e Gabriele Galimberti si guardarono disperati. Il progetto sembrava fallire davanti ai loro occhi ancor prima di cominciare. «Turismo di basso livello, povertà, edilizia anonima. Soprattutto, nulla da fotografare».
Heavens

Paolo Woods e Gabriele Galimberti, “Il Finance Secretary delle Isole Vergini al telefono nel suo ufficio di Road Town, capitale di Tortola. Le Isole Vergini, seconde solo a Hong Kong come maggior investitore in Cina, sono uno dei più importanti centri di servizi offshore del mondo: su un arcipelago che conta appena 28 mila abitalti hanno sede più di 100 mila aziende”. © Paolo Woods/Gabriele Galimberti/Institite, g.c.

Del resto, già lo sapevano. Follow the money? Sì, è una parola. Il denaro non si lascia seguire. Quando ascende all’empireo dei paradisi fiscali evapora, scompare. Come nuvola nel cielo tropicale, non lascia tracce.

La povertà, la miseria sono fotogenici, la ricchezza estrema invece è invisibile. Puoi fotografare la sua conseguenza, cioè il lusso, quello sì: ma lo fanno anche le foto patinate nella rivista che trovi nella tasca del sedile d’aereo.

Eppure, se vogliamo immaginare il grande gioco del denaro che espatria, abbiamo bisogno di immagini, nonostante tutto. E i due fotografi non hanno rinunciato a cercarle.

Chiunque può giudicare se abbiano vinto la sfida: The Heavens, il paradiso, è il titolo di un libro e di una mostra (ne offriamo un assaggio in queste pagine) che hanno debuttato al festival di Arles qualche mese fa, e che da domenica prossima saranno proposti a Parigi (poi in Italia, a Cortona OnTheMove), in coincidenza non troppo casuale con l’esplosione dello scandalo dei Panama Papers.

Partì tutto da una banale battuta. Woods, italo-olandese-canadese, vive ad Haiti, «il posto più povero delle Americhe», dai tempi del terremoto, avendo deciso di restare anche dopo che i riflettori dei media si erano spenti, per raccontare come un’isola disperata cerca di recuperare un’ipotesi di comunità.

Lì un giorno lo raggiunse da Firenze l’amico e collega Galimberti, fresco di stangata da denuncia dei redditi: «Bisognerebbe proprio portare i soldi alle Cayman…». Be’, andiamo a vedere, non è poi lontano. Così fanno i fotografi, vanno e vedono.

Ma cosa? «Se sei un fotografo ecologista», dice Paolo, «ti basta una foca ammazzata sul pack, con le macchie rosse sul ghiaccio hai già tutto, causa, effetto, indignazione. Ma qui le tracce di sangue non ci sono».

Una sfida paradossale: far vedere quello che non si vede là dove tutto è alla luce del sole. «Quella dei paradisi fiscali è un’industria che non si nasconde, enorme, ramificata, si presenta come un’attività di servizi, legale, che comunica, si fa perfino pubblicità. Fotografare le sedi delle società offshore non è impossibile».

Alle Cayman ad esempio un palazzo modesto ospita le sedi legali di 19 mila società, è quello di cui Obama disse: «O è l’edificio più grande del mondo, o è la più grande beffa fiscale del mondo». Nessun problema a trovarlo, «ma che senso aveva fotografare un anonimo palazzo bianco?». In un museo locale, però, a quel palazzo che ha fatto la fortuna di un’isola altrimenti dimenticata era dedicato in bella mostra un dipinto.

Illuminazione: per “vedere” un’immagine troppo banale per dire qualcosa, bisogna “sopravvederla”. Filtrarla attraverso un criterio, uno stile. Quello più scontato era l’immaginario da Graham Greene, «gangster con valigie piene di dollari che sbucano dalle fessure, tipi loschi che fumano avana in occhiali scuri e abiti di lino bianco, nel controluce di una finestra…». Sarebbe stato un fumetto.

Woods e Galimberti hanno fatto l’opposto. Fotocamera di grande formato, quindi cavalletto, quindi tempi lunghi, posa, nessuna retorica noir, da “foto rubata”. «Abbiamo scelto di parlare lo stesso linguaggio di quel mondo, quello delle fotografie dei dépliant dei grandi alberghi, delle brochure delle banche svizzere, patinato, luminoso, colorato e ben definito come nelle foto del National Geographic. Avvicinarci a quel mondo con il linguaggio che quel mondo conosce. È un cliché anche quello, ma puoi torcergli il collo. Far intuire che dietro un poster con le palme curve sul mare color smeraldo c’è altro».

Per tre anni hanno girato il mondo, dall’Angola a Guersney, dal Lussemburgo alle Virgin, scendendo nei sotterranei delle banche di Singapore, aggirandosi fra le caselle postali senza ufficio postale di Grand Cayman, intrufolandosi nei grandi alberghi pacchiani di Panama.

Per farsi aprire le porte, avevano in tasca qualche lettera di presentazione di riviste qualificate. «Certo non dicevamo che il nostro era un reportage sui paradisi fiscali, ma non abbiamo neppure mentito: siamo qui per documentare l’industria dell’offshore, dicevamo, una definizione che a loro piace, non tutte le porte si aprivano, ma alcune sì».

Per mostrare cosa? Se le sedi dei colossi della consulenza fiscale, nelle metropoli del denaro, sembrano arredate dagli scenografi di Gotham City, quelle negli heavens veri e propri sono spesso uffici modesti, con poco personale e nessun glamour. Tanto, nessun riccone ci va davvero.

E neppure i loro soldi, fisicamente. Le paure dei primi grandi esportatori di capitali, «ma se Castro vi invade, il mio denaro che fine fa?» ricevevano già allora sorrisi di compatimento. Figuriamoci oggi, che un milione di dollari è un veloce tic-tac su una tastiera.

I soldi non stanno sepolti in qualche mitico caveau nascosto fra le palme, i soldi si muovono, o meglio si muove il loro spettro fatto di byte, continuamente, da un server all’altro, da un angolo all’altro del pianeta, un gioco dei quattro cantoni che ha anche un nome, laddering.La vera merce che l’industria dell’offshore produce non è il segreto della grotta di Alì Baba: al cliente che cerca un posto dove i denari aggirino i loro doveri non viene offerto un nascondiglio, ma un labirinto. Un intrico di strade dove following the money, pedinare i soldi, diventi impossibile.

Come si fotografa un labirinto? Come Teseo. Entrandoci. A metà del lavoro, Woods e Galimberti hanno deciso di fondare la loro società offshore. «Nulla di più facile, se vai nel Delaware». Il posto nel mezzo del nulla dove gli oligarchi del denaro registrano a condizioni legali favorevoli le loro matrioske societarie.

Anche lì, hanno trovato banalità da assicuratori di provincia. «Un ufficio grigio, in un centro vuoto, la segretaria sovrappeso annoiata che non ci chiede neanche i documenti personali, verifica solo che il nome della nostra nuova società, ovviamente Heavens, non fosse già registrato. “No, c’è solo un The Heavens of Burger, potete farla”. Seicento dollari, e in mezz’ora la nostra scatola magica era lì, incorporata, pronta a fare da trampolino per il grande gioco dei soldi».

Il libro si presenta appunto come l’annual report aziendale della The Heavens Llc, con tanto di tabelle e grafici. «Non abbiamo fatto un libro sulla criminalità. L’offshore, il saggio di Nicholas Shaxson nel libro lo spiega bene, è un sistema che sfrutta le fessure fra legislazioni nazionali per una finanza globale “senza patria”».

Un sistema “raffinatissimo”, secondo le polizie fiscali di mezzo mondo, ma anche, nella sua essenza, semplicissimo. «L’ex governatore delle Cayman ci spiegò: “quello che facciamo qui è legale, anche se può essere considerato immorale”. Non avremmo saputo dirlo meglio».

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO